Valter Borsato

Nato a Verona nel 1962, Valter Borsato inizia a dipingere intorno ai 15 anni: seguendo l’istinto e da autodidatta, esegue soprattutto paesaggi e figurativi.


Dna cm 70x50, olio su tela

Negli anni Settanta partecipa ad alcune manifestazioni e concorsi. Nel 1979 e 1980 organizza due mostre personali nella sua città natale.
All’improvviso, a 22 anni, smette di dipingere, poiché alcuni eventi personali e nuovi interessi - fra cui gli studi di zoologia - hanno il sopravvento sull’arte.
Frequentando il Museo di Storia Naturale di Torino, a fine anni ‘90, incontra l’artista Giovanni Boffa, allievo di F. Casorati, di cui diventa subito amico. Proprio grazie a Boffa, Borsato si riavvicina all’arte e sotto la supervisione e i consigli del maestro (scomparso nel 2017 a 81 anni) ricomincia a dipingere e a restaurare opere, partecipando tra il 2017 e il 2018 a concorsi e a collettive.
Nel marzo 2019 una sua opera viene premiata nel concorso “Madre Terra” (Prato) e nell’ottobre del 2019 alcuni suoi quadri vengono esposte all’Art shopping del Carrousel du Louvre a Parigi.

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La parola al critico
Essere a un passo dal fine e non volerlo mai cogliere nella sua essenza quasi che concludere un percorso fosse il dire “fine” al proprio esistere!
Questo può descrivere in poche righe la pastosa pennellata dell’eclettico artista Valter Borsato che per molti anni, in silenzio, ha nutrito con perizia e pazienza il suo percorso espressivo, ricavandone una personale evoluzione interpretativa che solo ora trova significato e riscontro.
Un’evoluzione che passa attraverso un percorso di autodidatta, prima, e poi di contaminazione voluta e cercata dei grandi maestri italiani del novecento.
Accesa capacità critica che molte volte sfocia nell’autolesionismo, accurata ricerca del significato intrinseco del tratto, astrazione metafisica, surreale interpretazione del vissuto quotidiano fanno di Borsato un artista contro tempo. Lontano dalle seducenti installazioni artistiche moderne, Borsato propone un’arte sfidante e selezionante, in cui la tela e i colori a olio sono le “belve da domare”. Nelle sue tele c’è la sottile intelligenza di chi non vuole raccontarsi e, in modo enigmatico, surreale, sfuggente lascia tracce, dettagli, spunti a chi, attratto da questa sorta di gioco di ruoli, vuole imbrigliarlo in uno stereotipo moderno senza però lasciargli il privilegio di scoprirlo. Nelle sue tele al tempo stesso si nota la rabbia di un uomo che ancora si cerca, sa di essere ma ha paura di poter essere espressione di un linguaggio che evoca il mistero del gioco della vita. Timidezza, rabbia, passione in un tenace controllo delle linee che si abbandona alla fine in un groviglio di radici che esprimono il bisogno di ancorarsi sempre al presente.
Metafisico? Astratto? Surreale? In fondo un artista non può far altro che lasciar parlare le proprie opere a un pubblico che non si inganna, non si seduce ma si incanta. L’incantesimo che Borsato ha costruito con i suoi monocolori, con le sue capricciose astrazioni incantano gli occhi di chi ha sete di credere che lì, fuori nel proprio piccolo giardino spesso fatto di solitudine e amarezza, c’è qualcuno che osa dipingere non solo per esprimersi ma per interpretare il bisogno di assoluto dell’uomo moderno.

Rita Marchesini, 15 ottobre 2019

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