Farmaceutica italiana: un valore strategico da difendere
Con circa 200 imprese, oltre 130 siti produttivi, 74 miliardi di euro di produzione nel 2025 e oltre 72mila occupati diretti il comparto si distingue per elevata produttività, forte crescita dell’occupazione e una significativa presenza di personale qualificato

L’industria farmaceutica si conferma leader in Europa e un asset strategico imprescindibile dell’economia italiana: è quanto emerge da un’analisi presentata nell’assemblea generale di Farmindustria di fine giugno.
Sono infatti circa 200 le imprese attive nel Paese, con oltre 130 siti produttivi, un valore della produzione che nel 2025 ha raggiunto i 74 miliardi di euro e una produttività superiore dell'11% rispetto alla media dell'industria farmaceutica dei big Ue.
Il settore dà lavoro a 72.200 addetti (il 90% laureati o diplomati, il 45% donne, contro il 29% di media industria), che salgono a 316mila considerando indotto diretto e filiera. Rispetto al 2019 l’occupazione è cresciuta del 10% (contro il +5% della media nazionale), con un aumento del 25% degli under 35.
Sul fronte dell’export, il 2025 ha segnato 69,2 miliardi di euro (+28,5% sul 2024), con una crescita del 248% negli ultimi dieci anni (contro il +148% della media Ue) e un surplus con l’estero di 11,4 miliardi di euro. Il farmaceutico pesa l’11,3% sull’export manifatturiero italiano nel 2025 (era il 4% nel 2005) e ha rappresentato il 75% della crescita dell’export italiano nel 2025. Nei primi quattro mesi del 2026 il settore ha contribuito per il 42% al surplus estero complessivo e per il 67% alla sua crescita rispetto al 2025, risultando primo settore per export al Centro e al Sud Italia.
Nel 2025 gli investimenti in Italia ammontano a 4,4 miliardi di euro: 1,9 miliardi per impianti ad alta tecnologia e 2,5 miliardi per attività di ricerca e sviluppo. Oltre 800 milioni sono dedicati alla ricerca clinica condotta negli ospedali italiani, generando benefici concreti per i pazienti attraverso un più rapido accesso a terapie innovative.
Le domande di brevetto sono cresciute in media del 26% negli ultimi cinque anni (contro il +10% dei big Ue), e l’Italia risulta prima per Open Innovation, con un rapporto investimenti-per-addetto di 14 a 1 rispetto alla media manifatturiera.
La geografia dell'innovazione si sposta
Questi risultati si inseriscono però in uno scenario globale in trasformazione. Secondo i dati presentati da Farmindustria, la quota di studi clinici condotti da aziende Usa è scesa dal 39% del 2014 al 35% del 2025, quella europea dal 34% al 20%, mentre la Cina è passata dal 6% al 32%. Anche sul fronte dei nuovi farmaci scoperti, la media annua cinese è salita da 20 (2021-2023) a 46 (2025), mentre quella europea è scesa da 18 a 16 nello stesso periodo; gli Stati Uniti restano stabili attorno a 28-29.
L’effetto delle politiche Usa
Le politiche statunitensi orientate al principio della “Most Favoured Nation” (MFN), con l’obiettivo dichiarato di riequilibrare il finanziamento della ricerca a livello globale, stanno accelerando questa trasformazione. Le aziende hanno già annunciato oltre 400 miliardi di dollari di investimenti negli Stati Uniti per i prossimi cinque anni, a fronte di una stima di 100 miliardi sottratti al futuro dell’Ue.
In questo contesto, anche per l’Italia si apre una sfida. Tra il 2027 e il 2032 sono attesi nel mondo investimenti in Ricerca e sviluppo per 2.100 miliardi di dollari, una crescita che il Paese è chiamato a intercettare con politiche in grado di valorizzare le proprie eccellenze scientifiche e industriali.







