Il caffè e l’evoluzione dei suoi consumi
Come filiera, tecnologia e packaging hanno trasformato una bevanda globale
Riccardo Ceredi
Una bevanda che viaggia e si radica
Qualcuno ha detto che il caffè è la “bevanda delle cento mani”. Forse non sono esattamente cento, ma sono certamente molte le mani e le persone che lo toccano, lo trasformano e lo accompagnano prima che arrivi, apparentemente semplice, nella tazzina che teniamo tra le dita. Il caffè è una bevanda dal viaggio lungo. Lunghissimo. Un viaggio che inizia prima ancora di essere bevanda: con la semina, la coltivazione, la raccolta dei frutti, il trattamento post-raccolta, l’essiccazione. Poi il trasporto, spesso intercontinentale, la tostatura, la macinazione – quando c’è – e infine il confezionamento, che oggi può assumere forme diversissime: sacchetto, lattina, cialda, capsula. Ogni passaggio aggiunge valore, ma anche complessità. È una filiera articolata e globale. Ed è proprio questa complessità che rende il caffè una delle bevande più emblematiche del mondo moderno.
Dal viaggio fisico al cambiamento dei consumi
Il viaggio del caffè non è solo geografico ma anche storico e culturale. Ripercorrere come sono cambiati i suoi consumi nel tempo significa osservare come si sono evolute le nostre abitudini. E quando questa trasformazione viene letta su scala globale, la dimensione individuale lascia spazio a quella di un vero fenomeno economico e industriale. Oggi il mercato globale del caffè è uno dei comparti più rilevanti dell’agroalimentare mondiale: secondo le principali analisi di settore, il suo valore complessivo ha raggiunto circa 270 miliardi di dollari nel 2024, con una crescita prevista fino a sfiorare i 370 miliardi entro il 2030, trainata dall’aumento della domanda internazionale e dalla progressiva diversificazione dei formati di consumo. In questo scenario il packaging gioca un ruolo sempre più centrale. Non è più un semplice involucro, ma uno snodo chiave per mantenere l’aroma, proteggere la qualità, estendere la shelf life e garantire la ripetibilità del risultato in tazza. Grazie all’evoluzione dei materiali, dei sistemi barriera e dei formati – in particolare monoporzione – il caffè ha potuto superare confini culturali e logistici, adattandosi a epoche, luoghi e stili di consumo profondamente diversi.
Prima di essere caffè
Il caffè era conosciuto e consumato già nell’antichità, ma in una forma molto diversa da quella attuale. Si trovava soltanto nei territori in cui cresceva la pianta, quindi nella fascia equatoriale, e non veniva bevuto come infusione dei semi tostati. Si utilizzava piuttosto il frutto, oppure preparazioni rudimentali che sfruttavano il potere energizzante della pianta più che il suo gusto.
Il caffè che beviamo oggi, invece, deriva dal seme contenuto all’interno del frutto: è quel seme che viene essiccato, tostato e poi estratto. Nelle fasi più antiche questo passaggio non era ancora centrale, né la bevanda era apprezzata per le sue qualità organolettiche. Il caffè “funzionava”, più che piacere. Il passaggio da sostanza energizzante a bevanda rituale e conviviale avviene molto più tardi, quando si afferma l’uso dell’estrazione in acqua calda. È in quel momento che il caffè inizia davvero ad assomigliare a ciò che conosciamo.
Dallo Yemen al Mediterraneo: quando il caffè entra nella storia
Il primo grande paese produttore di caffè della storia è lo Yemen. Da qui il caffè inizia a muoversi lungo le rotte commerciali del Medio Oriente, fino a raggiungere, tra il XV e il XVI secolo, Costantinopoli, snodo naturale tra Oriente e Occidente. Non è un passaggio secondario: è qui che il caffè si radica come bevanda sociale e entra in contatto con l’Europa, in un contesto urbano e colto, già abituato ai luoghi di incontro e di scambio. In Europa il caffè si diffonde inizialmente come curiosità esotica, poi come moda. In Italia arriva tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento, e non a caso approda prima a Venezia: porto commerciale per eccellenza e ponte tra mondi diversi. Il caffè diventa subito un trend, ma resta a lungo appannaggio di un pubblico aristocratico e borghese. La preparazione è lenta, spesso per infusione in pentolino. Il consumo è quasi esclusivamente fuori casa. Nascono i caffè come luoghi fisici in città come Napoli, Torino e Milano. Spazi in cui non si beve soltanto, ma si discute, si legge, si fa politica e si costruiscono relazioni. Il caffè diventa un fatto sociale prima ancora che domestico.

Perché il caffè vince (anche contro la birra)
C’è un aspetto spesso sottovalutato, ma cruciale per capire perché il caffè riesca a imporsi così rapidamente nelle abitudini di consumo europee. Per secoli, una delle bevande più diffuse era stata la birra, anche in contesti in cui oggi apparirebbe anomala. Il motivo era semplice: l’acqua non era sempre sicura. La fermentazione rendeva la birra più “sterile” e quindi più affidabile dal punto di vista sanitario. Il caffè, bollito e infuso, gode dello stesso vantaggio. È una bevanda sicura, oltre che stimolante. Dove arriva, si inserisce rapidamente nelle abitudini quotidiane e spesso soppianta altre bevande tradizionali. È successo in Europa, succederà più tardi negli Stati Uniti. Meno in Asia, dove il tè rimane profondamente radicato e dove il caffè farà più fatica a diventare dominante.
Dalla moka all’espresso: il tempo del caffè si accorcia
Per secoli il caffè resta una bevanda “lenta” e pubblica. Il primo vero punto di svolta è il 1933, con l’invenzione della moka da parte di Alfonso Bialetti. La moka fa entrare il caffè nelle case, ma soprattutto ne cambia il tempo: non più attesa, infusione lunga, ritualità complessa. Il caffè diventa veloce, quotidiano. Pochi anni più tardi, nel secondo dopoguerra, prende piede un’altra innovazione decisiva: la macchina a leva. È in questa fase che si consolida l’espresso moderno. L’estrazione si accorcia ulteriormente, la pressione cambia il risultato in tazza, compare la crema. Il caffè non è più solo buono: è riconoscibile. Nasce uno standard sensoriale e visivo che diventerà identitario, soprattutto in Italia. L’espresso consolida il consumo fuori casa e lo rende ancora più rapido. È la bevanda perfetta per la città moderna.
Dall’Italia al mondo: America e Asia
Negli anni Settanta un imprenditore americano, Howard Schultz, arriva in Italia, osserva i bar, le macchine per espresso e il modo in cui il caffè viene vissuto come esperienza quotidiana e sociale. Tornato negli Stati Uniti, entra in Starbucks, contribuendo in modo decisivo a trasformarla da piccola realtà locale nel marchio globale che conosciamo oggi. Non esporta semplicemente una bevanda: esporta un modello di consumo. Così il caffè conquista definitivamente anche il mercato statunitense, adattandosi però ai gusti locali, più orientati a bevande lunghe e personalizzabili. Diverso il discorso per l’Asia, dove il tè resta profondamente radicato. Qui il caffè non soppianta, ma affianca. La vera chiave di accesso sarà il porzionato: capsule e sistemi compatibili permettono al caffè di inserirsi in contesti culturali diversi, abbassando le barriere di preparazione e standardizzando il risultato.
Dal porzionato agli specialty
Negli ultimi decenni il caffè cambia ancora. Nascono e si diffondono le cialde e le capsule, che trasformano il caffè in un prodotto industriale ad altissima ripetibilità, capace di entrare nella grande distribuzione globale. Qui il packaging diventa parte integrante del sistema di consumo: non solo protegge il prodotto, ma ne determina modalità di utilizzo, qualità percepita e affidabilità nel tempo. Materiali plastici multistrato, soluzioni in alluminio, carte filtranti e nuove alternative compostabili rispondono a esigenze diverse di barriera, compatibilità macchina e sostenibilità ambientale. Parallelamente emerge una tendenza opposta e complementare: quella degli specialty coffee. Caffè quasi esclusivamente arabica, selezionati, tracciabili, più buoni, più costosi e prodotti in volumi ridotti. Il fatto che dichiarino origine e condizioni di coltivazione introduce un cambiamento profondo nella filiera: il caffè non è più solo “caffè”, ma diventa, per esempio, una monorigine etiope. In questo segmento anche il packaging assume un ruolo comunicativo e identitario, diventando veicolo di valori, informazioni e posizionamento. Oggi gli specialty rappresentano circa il 10% del mercato, ma la loro influenza culturale è molto più ampia.
Una bevanda che non smette di evolvere
Il percorso che abbiamo tracciato mostra come il caffè sia passato dall’essere una bevanda rituale a un vero e proprio sistema di consumo, sempre più complesso e stratificato, in cui filiera, tecnologia e formati hanno un peso determinante. Una lettura che riflette anche alcune delle riflessioni emerse durante il convegno “Le nuove frontiere del caffè”, svoltosi in occasione di SIGEP 2026 e promosso dalla Guida dei Caffè e delle Torrefazioni d’Italia, con gli interventi di Mauro Illiano e Andrej Godina. Come già accaduto per altri prodotti simbolo dell’agroalimentare, dal vino all’olio, anche il caffè sta progressivamente abbandonando una dimensione generica per assumere contorni sempre più definiti, fatti di origini, processi, stili e modalità di consumo differenti. In questo scenario il packaging non è più soltanto una soluzione tecnica, ma uno degli strumenti attraverso cui questa complessità viene resa possibile, leggibile e accessibile. Ed è proprio qui che si giocheranno molte delle trasformazioni future del settore.
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