Microplastiche: a che punto è la ricerca?

Negli ultimi anni l’attenzione sulle microplastiche è cresciuta notevolmente. Ma cosa sono e perché destano tanta preoccupazione? 

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Dr. Claudia Cusan, European Registered Toxicologist, S&C BEST Srl

L’Agenzia europea delle sostanze chimiche (ECHA) le definisce come piccole particelle solide o semisolide di plastica con dimensioni pari o inferiori a 5 millimetri. Proprio per le loro dimensioni ridotte, risultano invisibili a occhio nudo e riescono a diffondersi ovunque: nell’acqua, nell’aria, nel suolo e perfino nel nostro corpo.

Le microplastiche possono avere due diverse origini. Alcune sono chiamate “primarie”: sono particelle prodotte intenzionalmente dall’uomo, un tempo impiegate, ad esempio, nei cosmetici, in alcuni farmaci o in applicazioni industriali. Molto più comuni sono invece le cosiddette “secondarie”, generate dalla frammentazione di oggetti plastici di dimensioni maggiori – come bottiglie, sacchetti, reti da pesca – degradati dall’azione combinata di sole, vento e mare. È stato stimato che oltre il 99% delle microplastiche in circolazione ha origine proprio da questa degradazione accidentale.

Le microplastiche non si degradano facilmente, ma persistono a lungo, accumulandosi nell’ambiente e, di conseguenza, negli esseri viventi. Sono state rinvenute in pesci e molluschi, ma anche in alimenti e bevande di uso quotidiano. Ciò significa che, ad esempio, consumando acqua imbottigliata o cibi contaminati possiamo potenzialmente ingerirne una piccola quantità. Una volta entrate nel nostro organismo, il destino di queste particelle dipende dalle loro dimensioni: quelle più grandi tendono ad essere eliminate con le feci, mentre le più piccole (di dimensioni inferiori ai 50 micrometri) possono attraversare la barriera intestinale, entrare nel flusso sanguigno e raggiungere diversi organi. Infatti, i ricercatori hanno già trovato microplastiche nel fegato, nei polmoni, nell’intestino, nella placenta e perfino nel latte materno.

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La preoccupazione non riguarda solo la presenza fisica di queste particelle, ma anche il fatto che esse agiscono come “spugne chimiche”. Grazie alla loro natura idrofobica, tendono infatti ad adsorbire sostanze tossiche presenti nell’ambiente come pesticidi, metalli pesanti, idrocarburi e residui di farmaci. Una volta ingerite, possono rilasciare queste sostanze dannose all’interno dell’organismo.

Gli studi condotti sugli animali hanno già evidenziato effetti potenzialmente gravi, come disturbi metabolici, alterazioni del sistema immunitario, problemi riproduttivi e persino fenomeni di neurotossicità. Inoltre, le microplastiche possono innescare processi infiammatori cronici e stress ossidativo, con esiti ancora poco compresi che sollevano ulteriori preoccupazioni.

La ricerca su questo tema è ancora nelle fasi iniziali e non esistono dati certi sugli effetti a lungo termine sull’uomo. Ciò che appare evidente è che le microplastiche sono ormai entrate a far parte non solo dell’ecosistema, ma anche del nostro organismo. In Europa il problema è emerso all’attenzione pubblica solo a partire dal 2018 e da allora sono stati avviati piani e strategie volti a ridurre l’uso della plastica, potenziarne il riciclo e sviluppare prodotti più sostenibili. Tuttavia, per affrontare questa sfida serve un impegno globale e condiviso.

Un supporto importante in questa direzione arriva dalle associazioni di settore, come il gruppo AIBO-FCE (Associazione Italiana Business Operator – Food Contact Expert). I membri di AIBO mettono in campo competenze multidisciplinari che spaziano dall’analisi chimica alla tossicologia, dalla regolamentazione alla formulazione dei materiali. Questa rete integrata permette di affrontare in modo coordinato il tema delle microplastiche e altri argomenti di attualità relativa agli imballaggi.

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