Alessandra Fazio: eleganza e competenza
La presidente dell’Istituto Italiano Imballaggio passa il testimone dopo 4 anni: “Dall’attività di advocacy al rafforzamento del network, un’esperienza che porterò nel cuore”

Davide Miserendino, Maria Costanza Candi
Una presidenza nel segno della competenza e dell’eleganza. Alessandra Fazio, in questi quattro anni, ha lasciato il segno sull’Istituto Italiano Imballaggio, lavorando affinché l’associazione di riferimento per l’intera supply chain del packaging uscisse sempre più dalla sua ‘confort zone’ e si accreditasse come interlocutore tecnico di riferimento anche nei palazzi della politica. Una missione che possiamo definire compiuta. In questa intervista di fine mandato, Fazio ripercorre i progetti principali portati avanti in questi anni, che hanno visto l’Istituto e la Fondazione Carta Etica del Packaging protagonisti anche nelle scuole e al centro di importanti iniziative culturali. Ecco cosa ci ha raccontato.
Quali sono stati i progetti più importanti dei suoi due mandati alla guida dell’istituto?
“I progetti realizzati sono stati tanti. Alcuni sono stati dettati dall’evoluzione del contesto normativo, altri facevano parte del mio programma e sono quelli su cui mi sento di aver maggiormente lasciato un segno. Penso, in particolare, al tema dell’advocacy, che ha segnato il mio secondo mandato e ha rappresentato una vera novità rispetto al passato. Abbiamo siglato un accordo con una società esterna che si occupa di queste attività con l’obiettivo di rendere ancora più autorevole e conosciuto l’Istituto Italiano Imballaggio, anche sul fronte istituzionale. Abbiamo seguito questa strada facendo leva su quelli che sono i nostri punti di forza, in particolare la conoscenza tecnico-scientifica. Sempre ponendoci come soggetto indipendente, un tratto che ci caratterizza: noi rappresentiamo tutte le filiere dell’imballaggio, dal produttore al brand owner. Segnalo, poi, l’importante lavoro fatto sulla comunicazione: abbiamo provato a usare di più e meglio i canali social, anche coinvolgendo il personale interno in percorsi formativi e affidandoci, all’inizio, a una società che ci ha aiutato a impostare il lavoro.
Di particolare rilievo anche la commissione sul luxury packaging che ha portato alla stesura di importanti linee guida. Anche in questo caso la voglia di uscire dal nostro consueto perimetro, quello legato all’idoneità del contatto alimentare, è stata determinante. E siamo molto soddisfatti del risultato. Credo che, se in un primo momento fosse quasi inevitabile occuparsi sul contatto alimentare, dal momento che la normativa era tutta concentrata su questo aspetto, oggi ci siamo evoluti, allargandoci anche ad altri settori. Una crescita su cui sento di aver dato un contributo significativo. Sottolineo, infine, che in questi quattro anni il personale dell’Istituto è aumentato e sono state inserite nuove competenze. E che è stato fatto un importante lavoro sull’AI, con la progettazione di un chatbot per la sezione ‘wikipackaging’ del portale”.
Come diceva, l’Istituto abbraccia tutta la filiera. E spesso si insiste sul fatto che un comparto come quello del packaging abbia bisogno di una filiera capace di lavorare in sinergia. Crede che oggi sia più coesa di un tempo?
“Sì, ritengo che lo sia. L’abbiamo visto in modo tangibile: penso, ad esempio, all’incontro che abbiamo organizzato pochi mesi fa in Senato con Giflex, Ucima e altre associazioni di filiera. C’è un’esigenza di aggregazione che si percepisce in modo sempre più nitido: l’obiettivo è quello di avere una voce più forte, che sia maggiormente tenuta in considerazione. Non che prima questa necessità non ci fosse, ma c’era la tendenza a muoversi più in autonomia, cercando di portare avanti solo i propri valori e le proprie opinioni. Fare fronte comune, oggi, è un fattore abilitante, dal quale non si può prescindere. Non a caso, quando sono stata rieletta due anni fa avevo messo al centro della mia proposta, oltre all’advocacy, il tema del network. Mi fa piacere che sotto questo punto di vista si veda un’importante evoluzione”.
In questi quattro anni ci sono stati importanti cambiamenti sia sul piano delle regole e della sostenibilità – penso in particolare al PPWR – sia a livello geopolitico, con i conflitti in Ucraina e in Medioriente. Come ha visto mutare le aziende?
“Questo è sicuramente un momento molto sfidante, in cui cambiano le regole del gioco. Se da un lato questa dinamica mette in difficoltà le aziende, però, dall’altro le sta sicuramente facendo crescere. Hanno capito di dover cambiare strategia. E da questo osservatorio posso dire di aver visto emergere una grande capacità di adattamento, che ha portato, di conseguenza, tanta innovazione. Oggi l’innovazione è un driver fondamentale: chi innova meglio e più velocemente occupa una posizione privilegiata nel mercato. Queste sfide, dunque, hanno dato uno scossone stimolando l’evoluzione delle aziende, anche se in una prima fase molti soggetti si erano sentiti smarriti. Quando parlo di innovazione parlo di prodotto, di servizi, ma anche di organizzazione: di come ci si struttura per avere quel ‘quid’ in più che consenta di distinguersi in questo complicato contesto normativo e geopolitico. Possiamo dire che oggi la cosa che conta di più è riuscire a cavalcare l’onda: non basta adattarsi alla normativa, bisogna anticiparla. Ecco perché anche la vita associativa acquista maggior valore: il network diventa fondamentale per riuscire a gestire il cambiamento e a posizionarsi correttamente. In conclusione, quindi, penso di aver fatto il presidente in un momento molto complicato ma al tempo stesso stimolante, che ha visto tante aziende rivolgersi all’istituto, cercare il confronto, portare idee. Tante delle cose che abbiamo fatto sono nate proprio dalle esigenze degli associati e dalla loro voglia di condividere. Non è un caso, infatti, che il loro numero sia cresciuto, e che i nuovi soci siano arrivati anche da settori come il cosmetico o il lusso, che si sono trovati a fronteggiare nuove problematiche”.
Torniamo all’attività di advocacy, che vi ha visti particolarmente ingaggiati. È soddisfatta di come siete riusciti a interagire con il mondo politico?
“Come associazione notiamo che alcune norme, alcune prescrizioni, possano suonare ottuse e paradossali alle orecchie delle aziende. Questo accade perché non è detto che la politica conosca nel dettaglio certi meccanismi. A volte non ha idea di quale possa essere la conseguenza di una decisione o sottovaluta alcuni aspetti. Come Istituto Italiano Imballaggio abbiamo provato a lavorare su questo fronte, con l’attività di advocacy, facendoci conoscere dalle istituzioni come ente tecnico, esperto della normativa di settore, capace di dare supporto – appunto – sul piano tecnico scientifico. Quello che ci interessa, quindi, è sederci ai tavoli tecnici per aiutare i decisori a fare il loro lavoro, scegliendo in modo più consapevole”.
Non solo politica: avete lavorato tanto anche con le scuole, dove siedono i decisori di domani.
“Sì, l’abbiamo fatto con il progetto ‘Packaging: che fantastica avventura’, che stiamo gestendo come Fondazione Carta Etica del Packaging. Nasce dall’esigenza di fare divulgazione, uscendo dal perimetro dei nostri interlocutori storici: abbiamo deciso di rivolgerci, con l’obiettivo di creare sempre più una cultura positiva del packaging, ai ragazzi delle scuole, gli influencer di domani. Sappiamo che il percepito del packaging, oggi, è sostanzialmente negativo: si parla per lo più di inquinamento. Abbiamo quindi provato a far capire ai ragazzi quali siano le caratteristiche di un packaging, quale il suo valore. Siamo partiti un po’ in sordina; non avremmo mai potuto immaginare un successo come quello che poi si è concretizzato. Dopo la prima edizione abbiamo deciso di riproporre il progetto e poi lo abbiamo esteso alla scuola secondaria di primo grado. Il format prevedeva cicli di lezioni multimediali, ma anche lezioni in presenza con il nostro personale o i nostri ambassador dalle aziende del territorio. Nel programma sono inclusi anche laboratori creativi e contest, nell’ambito dei quali i ragazzi presentano i loro progetti. Credo sia un bel modo di parlare alle giovani generazioni di packaging e del suo reale valore, stimolando confronti nelle famiglie o con gli amici. L’uscita dalla ‘confort zone’ è stata sicuramente una scelta importante per Fondazione Carta Etica, che si è concentrata, oltre che sul rapporto – solidissimo – con gli esperti del settore, anche su progetti destinati al grande pubblico e con un focus importante sulla sostenibilità sociale”.
Come non citare, a fine mandato, il Best Packaging, una formidabile vetrina per l’Istituto.
"Sì, è così. Si è visto chiaramente nelle ultime edizioni: c’è stata un’importante evoluzione. Evoluzione nei progetti, nei premi, nell’approccio all’evento – penso allo speech di Erik Ciravegna che ha aperto questa edizione. Nel Best Packaging vedo tante cose di cui abbiamo già parlato in questa intervista: l’investimento sulla comunicazione, l’apertura ad altri settori, il focus sulla spinta innovativa delle aziende”.
Il ricordo più bello?
“Ne ho tanti. Non voglio essere ripetitiva, ma dico le persone. Sono fatta così, un po’ romantica: per me le persone sono veramente il valore aggiunto. In questi quattro anni ho conosciuto una realtà bellissima. Penso, ovviamente, a chi lavora dentro l’Istituto ma anche a tutte le persone con cui ho avuto occasione di interagire. Per me è stato un viaggio fantastico. Sono arrivata qui, all’inizio, forse in modo un po’ inconsapevole, ma mi sono ritrovata dentro a un’avventura che mi ha davvero arricchita. Ribadisco, dunque, che il network, la capacità di darsi energia e l’attenzione ai valori nelle nostre attività sono cose che porterò nel cuore”.
Il futuro cosa riserva?
“Sono sicura che Istituto e Fondazione avranno un futuro roseo. Ci sono tanti temi su cui lavorare: siamo in un contesto storico particolarmente stimolante. Come dicevamo prima l’Istituto è cresciuto, anche perché in questo momento così complesso le aziende sentono la necessità di avere qualcuno che possa guidarle su alcuni temi di importanza cruciale. L’associazione ha dimostrato di sapersi aggiornare velocemente per dare ai soci un servizio che rappresenti davvero un valore aggiunto. A chi mi succederà mi sento di dire, insomma, che c’è buon materiale. Non faccio un appello affinché i miei temi siano portati avanti, perché credo che il valore dell’alternanza tra produttori e brand owner che regola la governance dell’Istituto sia anche quello di guardare con occhi nuovi. Mi auguro però che si continui a investire sul network e che continui questo processo di evoluzione”.








