Le macchine per il packaging alla prova dei dazi
Con il centro studi Mecs ItaliaImballaggio ha passato in rassegna le dinamiche export nei tre Paesi epicentro della guerra commerciale. Il sentiment e le contromisure delle principali aziende costruttrici in un sondaggio di Ucima.
Luca Baraldi e Generoso Verrusio
È tra Stati Uniti, Canada e Messico che si è cominciata a combattere la guerra commerciale più cruenta del nuovo secolo. E dal 2 aprile, con il D-Day delle tariffe reciproche, presentate in pompa magna nel Giardino delle Rose della Casa Bianca direttamente da Donald Trump, questo conflitto tutto economico, ma dalle profonde implicazioni geopolitiche, ha subito una brusca escalation.
L’Unione europea sarà colpita da dazi del 20% perché accusata di barriere del 39%. Il Giappone del 24 %, la Corea del Sud il 25%, l’India del 26%, il Vietnam del 46%, Taiwan del 32% e il Regno Unito e il Brasile del 10%. La Cina avrà dazi del 34%, per un totale del 54% comprese tariffe esistenti. La tariffa base per tutti i Paesi quindi sull’intero import sarà del 10% dal 5 aprile. Per Canada e Messico saranno in vigore dazi del 25% già decisi e finora sospesi, con esenzioni per beni coperti dall’accordo di libero scambio nordamericano.
In particolare, i dazi su acciaio e alluminio, tra i balzelli su cui più insistentemente e continuativamente Donald Trump ha alzato la posta in gioco, rischiano di procurare parecchi grattacapi all’intero settore delle macchine per il packaging che in questa “tempesta perfetta” temono di dover rivedere in modo significativo le proprie catene di fornitura e approvvigionamento.
Insieme a Mecs, il centro studi di Ucima specializzato nell’analisi dei dati che riguardano le macchine automatiche per il confezionamento e l’imballaggio, ItaliaImballaggio ha esaminato le performance esportative del settore proprio verso Usa, Canada e Messico, tra i principali mercati target per il settore packaging. Sulla scorta degli ultimi dati forniti da Istat in merito alle esportazioni italiane nel 2024, abbiamo messo a fuoco le principali tendenze e le dinamiche di crescita o declino di questi Paesi.
Usa primo mercato di sbocco
Senza troppe sorprese, nel 2024 gli Stati Uniti continuano a essere il primo mercato di export per tutti i principali produttori mondiali di macchine packaging (Germania, Italia, Cina, ma anche Svizzera, Francia, Giappone e Spagna).
La Germania detiene il primato con una quota export che in valore assoluto vale 1,3 miliardi di euro (+20% rispetto al 2023). Seguono l’Italia che sfiora 1 miliardo di euro (-6,3%) e più staccato il Canada, con 679 milioni (+5,6%).
A un’osservazione più attenta, tuttavia, balza subito agli occhi il diverso andamento dei due principali competitor Germania e Italia. Alla crescita sostenuta dei tedeschi (+20%) il Belpaese risponde con una contrazione (-6,3%) che viene però assorbita e giustificata con il boom del 2023, quando i costruttori italiani di tecnologie per il packaging hanno fatto segnare uno strepitoso +31,3% di export.
Se guardiamo infatti agli ultimi 5 anni – orizzonte temporale certamente più attendibile quando si fanno analisi qualitative – Italia e Germania crescono con tassi medi annui simili (Cagr), rispettivamente +9.4% e +11.1%. Meglio di loro fa solo la Cina (+15.6%).
In Canada è l’Italia che guadagna di più
Varchiamo il confine a nord e spostiamo lo sguardo sul Canada. Le esportazioni totali dei principali costruttori di tecnologie per il packaging hanno mostrato una crescita costante nel periodo 2019-2023, passando da 672 a circa 850 milioni di euro. Nel 2024 si registra una contrazione che porta i flussi commerciali a decrescere del 6,9% (791.581 milioni di euro).
Il Paese dell’acero, in termini assoluti, per l’Italia è meno importante degli Usa. È però interessante vedere come la dinamica osservata negli Usa qui è completamente ribaltata: la Germania è in flessione (-20,5%), l’Italia in aumento (+2,9%).
Sul gradino più alto del podio con un giro di affari da 405 milioni di euro ci sono gli Stati Uniti, poi Germania e Italia appaiate con 106 milioni. Cina nettamente staccata con un business che sfiora i 39 milioni di euro, poi Francia e Olanda, rispettivamente con 25 e 22 milioni di euro.
In Messico il Belpaese scalza gli Usa
Il mercato messicano ha registrato un po’ per tutti una notevole crescita nel periodo 2019-2024: l’aumento del valore totale delle esportazioni è passato dai 562.738 milioni del 2019 a oltre un miliardo di euro nel 2024.
In Messico crescono molto sia Italia sia Germania. Berlino più di tutti nel 2024 (269 milioni di euro, ovvero +41,7%), ma per la prima volta l’Italia diventa il primo partner commerciale del Messico, scavalcando gli Usa dopo anni di testa a testa (308 milioni il valore delle esportazioni tricolore contro i 258 milioni di quelle a stelle e strisce nel 2024).
Trend di crescita significativi, infine, li mostrano anche Cina e Spagna. Con un valore assoluto rispettivamente di 68 e 65 milioni di euro, i due Paesi registrano un +13,6% e un +40,4% in confronto al 2023.
Il sondaggio Mecs-Ucima
A conclusione della sua analisi, Mecs, in collaborazione con Ucima (l’associazione del sistema Confindustria che raggruppa i principali costruttori di macchine e tecnologie per il packaging), ha condotto un sondaggio sulle aspettative delle aziende in relazione all’impatto che avranno i dazi Usa.
I risultati, ancora parziali e suscettibili di un allargamento del campione rappresentativo che al momento si ferma a circa 100 imprese, dicono che a parte alcuni rallentamenti negli ordini non si registrano grandi contraccolpi.
Cambia invece il sentiment se la prospettiva è di lungo termine. Per il 32,6% degli intervistati ci sarà una maggiore difficoltà nell’accesso al mercato Usa e per il 23,6% un rischio di riduzione significativa delle esportazioni verso il medesimo mercato.
Alla domanda più secca e senza appelli “Quali azioni pensate di adottare per contrastare l’impatto dei dazi?”, il campione di riferimento non si tira indietro e fornisce risposte molto interessanti.
Pensa di cercare nuovi mercati di sbocco al di fuori degli Usa il 32,6% delle aziende interpellate, di assorbire parte dei costi per mantenere competitivi i prezzi il 25,8%, di aprire o espandere una filiale produttiva negli Usa sempre il 25,8%, di rinegoziare i contratti con i clienti statunitensi il 20,2% e infine di aumentare la produzione in stabilimenti fuori dall’Europa il 6,7%.
Quale sarà l’onda lunga di questa guerra commerciale è ancora presto per dirlo, quel che è certo, però, è che di fronte alle incognite globali, da un punto di vista meramente strategico, le imprese del packaging non si faranno trovare impreparate.